venerdì 22 settembre 2017

Cipì

Cipì è un passerotto uscito da poco dall'uovo, il più vivace della nidiata di Mamì, ma anche quello che con le sue intemperanze e la sua voglia di scoprire il mondo si ricava un posto speciale nel cuore della mamma e di tutti quelli che lo conoscono.
Cipì è curioso e impavido. Affronta l'animale baffuto che forse non è così cattivo come gli hanno raccontato, cade nel buco nero della torre fumante, si specchia nel nastro d'argento che taglia la valle, assiste alla guerra dei nuvoloni e al volo delle farfalle bianche. Passano le stagioni, il piccolo mondo di Cipì muta e da paradisiaco e accogliente diventa ostile con l'arrivo dell'inverno. Cipì è cresciuto e, dopo aver capito che l'uomo può essere molto, molto cattivo, ha formato una nuova famiglia con Passerì e si dimostra ancora coraggioso, affrontando il cattivo signore della notte.
E' una favola per bambini che commuove anche gli adulti, questo libro scritto dal maestro Mario Lodi raccogliendo le impressioni e le sensazioni dei suoi alunni davanti al mutare della natura coll'alternarsi delle stagioni. Quando la Lolla, andata in libreria con la scuola, è tornata con questo libricino di cui le era stato letto il primo capitolo, ho pensato che 100 pagine erano un po' troppe per lei, e che, per quanto ne fosse stata affascinata, avrebbero dovuto consigliarle qualcosa più alla sua portata. Poi, complice il tempo disteso delle vacanze, ho pensato di leggerglielo io e sono tornata bambina con lei.
Perché Cipì è un libro scritto per i bambini, guardando al mondo con i loro occhi. Cipì è proprio come i nostri figli, ingenuo, curioso, ma col cuore pieno di buoni sentimenti e il suo approcciarsi alla vita ricorda quello di ogni bambino. Ieie e la Lolla lo hanno apprezzato molto. Ogni volta che proponevo loro di leggere un capitolo, si sedevano accanto a me con gli occhi sgranati, pronti a stupirsi insieme a Cipì. Per questo mi sento di consigliarlo a tutte le mamme e i papà che hanno voglia di passare del tempo leggendo ai propri figli, non solo si sentiranno vicini a loro, ma si ricorderanno di quando il mondo era un posto pieno di meravigliose scoperte.

Mario Lodi e i suoi ragazzi, Cipì, Einaudi Scuola

Questo post partecipa al Venerdì del libro di HomeMadeMamma

giovedì 21 settembre 2017

Uno su mille ce la fa

Io li ammiro quei genitori pronti a sacrificare i loro fine settimana nell'erba di un campetto o sul cigolante linoleum di una palestra. Disponibili a condividere con i figli i sacrifici che l'agonismo comporta, a giustificare le ore di allenamento a scapito di altre attività. Veramente, li ammiro.
Quando invece, io, ogni volta che l'allenatore di mio figlio mi prospettava l'ennesima domenica in un palazzetto dall'aroma di sudore, alzavo gli occhi al cielo sentendomi dire "Perché, che dovete fare?".
Be', ecco. E' un giorno festivo, mio marito è, incredibilmente, libero, sono previsti 30° gradi, abbiamo il mare a due passi, insomma una combinazione di eventi più rara di un'eclissi solare, vedi un po' tu.
Ecco, questo è il mio rapporto con lo sport. Soprattutto con lo sport dei miei figli. Per carità, anch'io in giovinezza ho avuto le mie passioni, ho vissuto un anno incredibile all'insegna del campionato di pallavolo. Incredibile e stancante al punto da dover ricorrere, alla fine, a una cura di ferro che mi fece capire che l'agonismo ed io eravamo due mondi destinati a non incontrarsi.
Ma tant'è, è giusto che i bambini facciano sport, che si muovano, soprattutto che si divertano. Purtroppo quest'ultimo concetto non è tanto condiviso. Se per me l'attività sportiva dei miei figli deve essere un momento di apprendimento sì, ma specialmente di svago, la maggior parte delle scuole la pensa diversamente. Lasciamo stare che quello dello sport dei bambini è diventato un business da migliaia di euro dove la pratica in sé per sé è la parte più "economica", alla quale devi aggiungere visite mediche iperspecialistiche, divise, attrezzi, spese per saggi e dimostrazioni. Ma la verità è che ogni scuola non può chiamarsi tale se non partecipa a gare, manifestazioni sportive, tornei e chi più ne ha, più ne metta. Spesso il fine settimana. A volte la domenica mattina mooolto presto. Sempre sulle spalle di noi genitori che, tanto, cosa abbiamo di meglio da fare?
Così quando quest'anno la Lolla ha detto che non voleva più fare la ginnastica per bambini degli anni scorsi (economica, pratica, divertente), ma voleva darsi alla danza, ho avuto un momento di sconforto pensando ai soldi volatilizzati per lezioni, tutù, saggi, affitto teatri, trucco, parrucco e fioraio (non scherzo, sono discorsi che ho realmente sentito da mamme di piccole ballerine).
Dopo un giro tra scuole dove siamo state accolte da algide maestre con le pareti adorne di attestati che manco i chirurghi di Grey's anatomy, dritte come fusi e con l'approccio di una Rottermaier, dove ho appurato che "la danza è disciplina" (aspetta che forse preferisco arruolarla), che "raccogliere i capelli in uno chignon non è difficile, faremo un corso per le mamme" (risata inarcando la schiena come facesse un grand jeté), che una "coda di cavallo andrà bene finché i capelli della bambina cresceranno" (perché, ho forse detto che sarebbero cresciuti?), ho dirottato la Lolla verso una prova di ritmica, pensando che, per quanto sia anch'essa un'attività rigorosa, la maestra paziente e gentile di quel corso facesse più al caso nostro.
La bambina ne è uscita stravolta, con i capelli scarmigliati ("le mollette mi davano fastidio e me le sono tolte") e propensa a fare quello che faceva l'anno scorso, perché si cambiava spesso gioco, era divertente e aggiungo io, poteva parlare con le compagne, che per una come la Lolla, che già soffre a dover stare in silenzio per cinque ore e mezza sui banchi di scuola, è un grandissimo vantaggio.
E niente, si vede che non è ancora pronta per lo sport vero e proprio, o forse non ha ancora trovato quello che la appassiona, chissà, è ancora presto per saperlo. Quello che è certo è che per quanto ogni sport abbia le sue regole e necessiti di disciplina (per carità sono d'accordo), bisogna ricordarsi che i bambini sono bambini, che hanno bisogno soprattutto di giocare e stare in compagnia e che questo, insieme a fare del movimento, dovrebbe essere il fine della gran parte delle attività sportive a loro dirette. Perché, dopo tutto, di campioni in erba pronti al sacrificio ne vien fuori uno su mille.

venerdì 8 settembre 2017

Dieci piccoli indiani

Benvenuti a Nigger Island, ospiti del misterioso quanto munifico U.N.Owen. Dieci ospiti selezionati potranno godere del comfort della sua moderna e funzionale dimora, di panorami mozzafiato, di pace e tranquillità grazie al fatto di avere un'intera isola a loro disposizione.
Nigger Island, infatti, è disabitata, senza un porto o barche che permettano spostamenti frequenti.
Dieci piccoli indiani è uno dei più celebri romanzi di Agatha Christie, nonché un classico dei gialli definiti "della camera chiusa" anche se in realtà i dieci protagonisti non sono propriamente chiusi in una stanza, ma si ritrovano in una villa su di un isolotto deserto. Rispetto ai gialli tradizionali, e a quelli della Christie in particolare, non abbiamo una "mente" (poliziotto, investigatore, ecc.) al di fuori del caso che cerchi di riportare l'ordine e individui il colpevole. Qui tutti sono vittime e tutti sono colpevoli.
Differenti tra loro per età e professioni, nonché sconosciuti gli uni agli altri, i dieci sono infatti stati attirati in modi diversi a Nigger Island, chi per lavoro, chi per vacanza, ma scopriranno presto che si tratta di una trappola.
Qualcuno li accusa di aver provocato o di essere responsabili della morte di svariate persone e cercherà di ucciderli a uno a uno, seguendo la trama di una filastrocca per bambini Ten little niggers.
Appurato che sull'isola non c'è nessun altro, gli ospiti di Nigger Island comprendono che l'assassino, il misterioso U.N.Owen, non può che essere uno di loro e questo non fa che aumentare i sospetti e la tensione, in un crescendo che porta i superstiti, oltre che il lettore, a dubitare di tutto e di tutti.
E' un gioco (al massacro) molto ben riuscito quello messo in scena dalla Christie e chi ancora non ha avuto la fortuna di leggerlo, potrà cimentarsi in questa sciarada cercando risposte e soluzioni plausibili.
Posso dirlo: io un'intuizione l'avevo avuta, ma non è bastata a risolvere l'enigma.
Enigma che tra l'altro Agatha trascina fino alla fine lasciandoti credere, per un momento, che una risposta non c'è. Ma la risposta, anche questa volta, c'è.

Dieci piccoli indiani di Agatha Christie, Oscar Monandori, trad. di Beata Della Frattina

Questo post partecipa al Venerdì del libro di HomeMadeMamma

mercoledì 6 settembre 2017

Così parlò la Lolla

"Allora bambini vi ricordate cosa significa poodle?".
"Io sì, io sì".
"Su dillo Lolla".
Ci pensa un attimo, il dito sulle labbra "Batuffolo, anzi no il cane batuffolato!".

Per la cronaca, poodle significa barboncino. Ma il mondo, visto con gli occhi di una Lolla, ha tutto un altro colore.

lunedì 4 settembre 2017

Malinconia

Sopraffatti per due lunghi mesi da una calura densa e appiccicosa, ci chiediamo adesso che la pelle d'oca ci ha sorpresi impreparati, che fine abbia fatto tutto quel caldo.
Piombati da un giorno all'altro in questa cappa di silenzio, ci domandiamo dove siano finiti tutti quanti.
Ogni angolo del paese ci investe con ricordi estivi apparentemente lontani, ma risalenti all'altro ieri, che esplodono come coriandoli multicolore.
I saluti con i lucciconi agli occhi, mentre ci contiamo, noi superstiti.
Eppure.
Quando l'estate era in fiore, quando era ancora una promessa, guardavo il mare con sufficienza, certa che ce ne sarebbe stato ancora e ancora.
Adesso che l'estate è giusto un ricordo, ogni volta che guardo il mare un pezzo di cuore si sbriciola e devo fermarmi ad ammirarlo. Ho bisogno di fare scorta per un lungo periodo.
E' incredibile che il mare possa mancarti come una persona.

mercoledì 30 agosto 2017

Tormentoni estivi

"...internettuali nei caffé/ internettologi/ soggenerali coccodei selfisti anonimi (...) AAA cercasi cercasi/ umanità virtuale sezzapi sezzapi/ comunque vada pantalei/ ai sid iintrein/ lezioni di nirvana/ c'è butta in fila indiana..."

"....fuga dall'inferno finalmente in viaggio/ la tua vacanza in un parchetto omaggio./ Foto di gruppo sotto al monumento/ mister campo di concentramento..."

"...senza una meta/ senza una strada/ con gli occhi lucidi/ e la sirenettaaaa..."

I tormentoni estivi...secondo la Lolla.

lunedì 28 agosto 2017

Cose che vedo dalla mia finestra

Alle 18 arriva lei. Scooter grigio perla e casco rosa. Non avrà nemmeno vent'anni. Parcheggia (male) e scende verso la passerella di legno che costeggia il porto turistico. La percorre in un senso, poi nell'altro. Allunghiamo il collo per seguirla mentre si dirige verso i grandi yacht, poi torna e scompare nel senso opposto là dove la passerella si insinua tra gli scogli e si nasconde alla vista. A volte dopo un quarto d'ora va via, altre di lei si perdono le tracce. Ma è una presenza quotidiana. Su di lei abbiamo fatto le scommesse più assurde.
Va a cercare gli amici.
Va a fumare dove i genitori non possano scoprirla.
Va a incontrare il fidanzato.
Va a spiare il tipo che le piace.

Più o meno alla stessa ora arriva lui. Un ometto piccino, magro e bruno. Anche lui scende al porto e percorre la passerella. Se ne va camminando, seguendo ogni dì il medesimo itinerario. E sempre parlando al telefono. Con chi e di cosa non è dato sapere.

Ogni tanto arrivano loro. Non sono sempre gli stessi. Si muovono a gruppi dalla composizione variegata, ma hanno in comune l'utilizzo della medesima vecchia barchetta di legno, con un'improbabile vela e un motore da due, massimo tre cavalli.
Chiunque prenda possesso del natante impiega almeno un quarto d'ora per metterlo in moto. Normalmente sussistono anche problemi  nel salire a bordo e nel mollare gli ormeggi ma, quando finalmente prendono il largo, la barchetta se ne va al ritmo di una moto chopper.
Com'è come non è, dopo un quarto d'ora d'orologio sono sempre di ritorno. Che, considerando le distanze e che a nuoto sarebbero più veloci, non arrivano nemmeno a superare l'imboccatura del porto.
Una domanda ci assilla. Dove vanno? Perché lo fanno?

Non è il davanzale di Miss Marple a St. Mary Mead, ma il mio al paesino. Però chissà se riuscirò a risolvere almeno un enigma.

giovedì 24 agosto 2017

La gatta e la tartaruga


Da alcuni anni ormai, la nostra casa è allietata anche dalla presenza di una gatta, una trovatella erroneamente creduta maschio a cui fa dato nome Ugo, poi convertito in Ughetta, e una tartaruga a cui fu affibbiato il nome Violetta e che invece è risultata essere maschio e che però Violetta è rimasta perché Violetto sembra più il nome di un pastello che di una tartaruga.
Da quest'anno, la suddetta si è risvegliata dal letargo invernale più arzilla che mai. L'aiuola di quasi due metri quadri che la ospita al paesello non le basta più e ha preso l'abitudine di uscire, per girovagare in giardino e collocarsi preferibilmente in quella adibita a orto, dove si perde tra l'erba e le piante. Finora, con molta fortuna, siamo sempre riusciti a ritrovarla e ad evitare che finisse sotto il tosaerba o la motozappa.
Ora che siamo al paesino, può contare su una sola, grande aiuola, perché il resto del giardino è mattonato. Nonostante questo, e nonostante l'aiuola abbia uno zoccoletto di circa 8 cm, è riuscita a evadere anche da lì. Solo che poi non è stata più capace di rientrare ed è rimasta, non so per quanto tempo, a girare tra i vasi, finché non l'abbiamo ritrovata e rimessa nell'aiuola da dove, imparata la lezione, non è più fuggita.
Ma la pervicace tartaruga quest'anno si è data un altro compito: impedire alla gatta di stazionare nell'aiuola della casa al paesino. Non appena la vede rotolarsi beata nella terra, Violetta prende la rincorsa (ma veramente!) e le "corre" dietro. Ughetta, che è un cuor di leone, scappa a zampe levate da un'altra parte e quella cambia direzione e la segue finché non la costringe ad abbandonare l'aiuola.
Stamattina Violetta si inerpicava sui resti di alcuni rami di oleandro, alti circa 15 cm, che sbucavano da terra. Era un po' in difficoltà, e le sue zampette annaspavano nel vuoto come alucce, ma non appena ha visto Ughetta approfittare della sua assenza per farsi una rotolatina al sole, si è data lo slancio, ha preso velocità e...ed è caduta con un tonfo capovolgendosi. La gatta è scappata e la tartaruga zampettando di qua e di là è finalmente riuscita a rimettersi dritta, rimanendo ferma a guardarsi intorno, probabilmente ferita nell'orgoglio per la figuraccia rimediata.
Perché, a osservarli da vicino, gli animali sono proprio come noi. Hanno una personalità, vizi e virtù, e possono risultare simpatici o antipatici.
Possono essere fifoni come una gatta o bizzosi come una tartaruga.

martedì 22 agosto 2017

Questa estate

Siamo arrivati al paesino che ci sembrava di avere tutta l'estate davanti. Una quantità incalcolabile di bagni e tuffi da fare; di granchi da catturare; di passeggiate sul selciato sabbioso del lungomare. Tante risate e tanti giochi in compagnia e una dose soddisfacente di mangiate all'aperto.
Non sappiamo come, ma il tempo è già volato e pare l'estate volga al termine. Non lo puoi capire dalle spiagge ancora affollate o dalle auto in fila sull'unica strada del paesino, ma il sole che scompare prima dalla terrazza, i teli mare stesi che rimangono bagnati, quella luce più bassa e luccicosa, annunciano senza tema di smentita che settembre si avvicina. E con esso l'autunno, la scuola, la fine delle giornate all'aperto.
Da una parte l'idea di riappropriarmi dei miei spazi e della mia casa mi alletta. La routine della scuola, che quando vien meno, a giugno, ci lascia affranti e spaesati, ha i suoi bei perché per noi genitori. Dall'altra sento che sto per perdere qualcosa. Cosa sia, già lo so.
Eppure devo ammettere che i giorni di settembre, se non fosse che sono gli ultimi, sono tra i più belli delle vacanze. Per quel silenzio, quella luce, quei colori così tenui e smorzati che solo settembre sa donare. Perché il paesino torna ad essere per pochi privilegiati che si riappropriano degli spazi fino a poco prima contesi.
Certo settembre è il preludio alla fine dell'estate. Quell'estate che abbiamo atteso per un lunghissimo e freddissimo anno e che in un soffio, vai a capire come, è già passata.
Tempo di bilanci, quindi, di partite tra dare e avere.
Quest'estate mi ha lasciato una Lolla allungatasi come una piantina sotto i nostri occhi. Una Lolla che ha iniziato a nuotare con un bracciolo e una gran paura dell'acqua in faccia e che adesso si tuffa e fa persino delle piccole immersioni. Una Lolla che si è rivelata grande intrattenitrice di bambini, soprattutto quelli più piccoli di lei, e che molte mamme mi hanno chiesto in prestito come baby sitter (lo ammetto: è molto più paziente di me!).

Quest'estate è servita a disintossicare Ieie da tablet &Co. Al paesino la tecnologia, anche la Tv, è ridotta al minimo indispensabile e basta veramente poco per adattarsi. Poi, non so, ma da quando è finita la scuola, l'uso delle parolacce e del dialetto sono svaniti e questo ovviamente mi ha fatto molto riflettere.
Quest'estate mi ha portato un po' di casini. Sono ormai tre anni che, per motivi diversi, mi trovo ad avere a che fare con maestranze di vario tipo ed è un incubo soprattutto perché succede sempre in prossimità di Ferragosto.
Quest'estate al paesino la spiaggia libera si è contratta, tendendo ormai allo zero. Uno zero sporco, puzzolente e abbandonato. Un po' come il paesino che, mentre si riempie all'inverosimile di turisti, mostra il suo lato più sudicio.
Quest'estate mi ha portato un po' di incontri. E, soprattutto quando rivedi persone di cui hai perso le tracce dieci anni fa, quando conducevi un'altra vita in un'altra città, ti scontri con il ricordo di una te che...non ricordavi. Scopri che hai parlato di cose, vere, sentite e che tuttora pensi, che non credevi avessi lasciato mai trapelare. E ti senti strana considerando tutto il flusso del tempo che hai attraversato in quei dieci lunghi anni.
Quest'estate mi ha dato modo di pensare a tante cose. A riconsiderare le scale di valori; a non assolutizzare ciò che è solo una goccia nel mare; a godere di ciò che c'è perché del futuro non v'è certezza. A guardare al futuro con occhi diversi.
Spero di fare tesoro di questa estate.

venerdì 18 agosto 2017

Pretty little liars-Flawless

Pretty little liars-Flawless, prende il via là dove si era concluso il primo volume della saga dedicata alle quattro ragazze di Rosewood, sobborgo inn di Philadelphia, Aria, Emily, Spencer e Hanna. A distanza di tre anni dalla scomparsa della loro amica Alison, collante e leader del gruppetto, le adolescenti cominciano a ricevere messaggi misteriosi da A che le ricatta e minaccia di rivelare i loro segreti.
In Flawless, le quattro si ritrovano assieme dopo tre anni e scoprono di essere tutte perseguitate da A. Appurato ormai che non si tratta di Alison, nessuna di loro è però pronta a svelare alle altre il contenuto dei messaggi ricevuti, perché ciò vorrebbe dire mettere in piazza segreti personali, di cui solo Alison era al corrente.
A, tra l'altro, sembra essere a conoscenza anche dell'affare Jenna che qui viene finalmente svelato. Un anno prima che Alison scomparisse, a seguito di brutto scherzo andato male, le cinque ragazze avevano accidentalmente accecato la compagna di scuola Jenna. In quell'occasione Alison aveva fatto giurare alle amiche di non ammettere le proprie responsabilità anche perché, dopo poco, Toby, il fratellastro di Jenna, si era stranamente addossato la colpa dell'incidente.
Spencer è a conoscenza del motivo del gesto di Toby, poiché Alison gliel'aveva rivelato in confidenza, ma ha paura di parlarne e inizia a sospettare che A sia Toby.
Intanto A mette alle strette le ragazzine, le constringe a scelte drastiche e ne combina loro di tutti i colori. Anche Hanna, Emily e Aria si convincono, ognuna per conto proprio, della colpevolezza di Toby, fino al finale che le rivedrà nuovamente insieme e che lascia tanti misteri insoluti.
Rispetto al primo volume, il secondo si distacca di più dalla serie televisiva, se non per il canovaccio generale, sicuramente per molti dettagli. L'ho trovato anche più lento in confronto al primo libro, sebbene la storia si svolga nell'arco di pochi giorni. Il finale comunque è inaspettato e, soprattutto, aumenta la voglia di continuare a indagare su A. Io, avendo visto la serie, so già chi sia e quindi riesco a cogliere gli indizi seminati tra le pagine.
Sarei curiosa di sapere se, chi non conosce la storia, riuscirà facilmente a smascherare A.

Pretty little liars-Flawless, Sara Shepard, Harper Teens

Questo post partecipa al Venerdì del libro di HomeMadeMamma


giovedì 10 agosto 2017

Maschi vs Femmine #3

A passeggio.
"Ieie guarda, una Audi (segue sigla alfanumerica dimenticata all'istante). Questa si sarebbe voluta prendere papà quando si è cambiata la macchina. Ti piace? Ce la prendiamo?".
"Sì bella papà!".
"Ieie guarda la Porsche, la Porsche!".
"Wow".
"Ieie, sta passando la limousine con la sposa!".
"Dove, dove?".
Lolla, esasperata, "Ma insomma che c'è di bello in tutte queste cose?".
Solo noi donne abbiamo la capacità di frantumare in due parole, il granitico (e sporadico) entusiasmo maschile.

venerdì 28 luglio 2017

Pretty little liars

Ok, lo confesso, nonostante la mia età mi capita di vedere in Tv qualche teen drama. No, non si tratta di repliche di puntate risalenti alla mia giovinezza, ma di serie nuove. Per esempio ultimamente ho seguito con passione Pretty little liars perché ha una trama a base di misteri, spesso intricata, ma molto intrigante.
Così, visto che d'estate le letture leggere sono abbondantemente concesse, quest'anno ho deciso di rispolverare anche un po' di inglese e di leggere la versione in lingua originale dell'omonimo libro da cui è stata tratta la serie. Ho iniziato dal primo volume, eh sì ce ne sono 17, che è abbastanza fedele alla trama televisiva.
A Rosewood, sobborgo chic di Philadelphia, Alison DiLaurentis è una tredicenne bella e popolare. Come ogni adolescente si divide tra scuola, sport, feste e il suo gruppo di amiche: Emily, Aria, Hanna e Spencer. E' stata proprio Ali, personalità carismatica, a sceglierle e formare un  gruppetto che, forte di quest'amicizia, deride, commenta, esclude.
Le cinque ragazze, in realtà, hanno poco in comune fra di loro, a tenerle unite ci pensa Ali e una buona dose di segreti. Ali conosce le verità più inconfessabili di ognuna di loro e poi c'è l'affare di Jenna. Ali ha fatto giurare loro di non parlarne, ma il ricordo di quell'episodio le tormenta da tempo.

Tre persone possono mantenere un segreto. Se due di loro sono morte
Benjamin Franklin

Siamo alla fine del seventh grade (la nostra seconda media), le vacanze estive sono appena iniziate quando, durante un pigiama party, Ali esce in giardino e scompare misteriosamente.
Flash forward e ci troviamo, tre anni dopo, con Emily, Aria, Spencer e Hanna che, dopo la scomparsa di Alison, mai più ritrovata, hanno smesso di frequentarsi. Aria ha vissuto un periodo all'estero, Hanna è dimagrita ed è diventata una delle ragazze più carine della scuola, Spencer si impegna nello studio con profitto e Emily è fidanzata con un compagno della squadra di nuoto. La loro vita scorre più o meno tranquilla quando tutte cominciano a ricevere strani messaggi. L'anonimo mittente, che si firma A, sembra conoscerle molto bene, non solo le spia nel quotidiano, ma è al corrente di segreti (i tradimenti del padre di Aria, le tendenze sessuali di Emily, i problemi familiari di Hanna e la gelosia di Spencer verso la sorella) che non hanno condiviso con nessuno, con nessuno...tranne che con Alison.
Chi è quindi che le minaccia? Che Alison sia tornata? O forse è il suo fantasma a tormentarle dall'aldilà?
Gli avvenimenti precipitano fino al capitolo finale che, oltre a riunire le quattro amiche, ci darà qualche risposta. Ma non svelerà l'identità di A. Questo volume si ferma infatti ai primi episodi della prima serie di Pretty little liars, lasciando quindi grande suspense.
Intendiamoci, si tratta di una lettura da ombrellone e per chi, come me, ha già visto il telefilm e sa come andrà a finire, gran parte del pathos è perduto. Però il libro scorre piacevolmente e i personaggi risultano più approfonditi e meno edulcorati rispetto alla versione televisiva.
Insomma una lettura da consigliare a chi vuole divertirsi e mettersi alla prova. Chi sarà il misterioso A?

Pretty little liars di Sara Shepard, Harper Teen

Questo post partecipa al Venerdì del libro di HomeMadeMamma

lunedì 24 luglio 2017

Là dove batte l'oceano

Nel 2007, quando facemmo il nostro primo giro on the road della Spagna che da Madrid ci condusse in Andalusia, attraversammo vallate rosse di papaveri, coltivazioni di ulivi intervallate da qualche collina (più le scogliere battute dal vento che faceva mulinare le pale eoliche) su autostrade ottime e gratuite.
Da Madrid all'Andalusia, i paesaggi della Spagna del Sud
Quest'anno, nei nostri spostamenti da Bilbao verso Santander e poi San Sebastian, abbiamo avuto modo di vedere un territorio completamente diverso. Le autostrade, a pagamento e pure care, si insinuavano come serpenti tra montagne verdi che nascondevano la vicina costa.
Le città nel Nord della Spagna, almeno quelle che abbiamo visitato, sono spesso schiacciate dai monti: Bilbao si adagia in una valle e le case risalgono su lungo le pendici; Santander e San Sebastian si allungano tra i rilievi e il mare e la combinazione di piogge e corsi d'acqua regala una vegetazione rigogliosa, sconosciuta alle nostre marine.
Di Santander, capitale della Cantabria, abbiamo purtroppo visto poco. Il palazzo della Magdalena, residenza estiva dei sovrani spagnoli nei primi del '900, aveva da poco cambiato orari di visita e abbiamo scoperto che l'accesso era consentito solo sabato e domenica, noi ovviamente si era lì di martedì e questa porta in faccia, in barba alla perfezione nordica di quelle zone, aveva un sapore nosrtrano. Abbiamo avuto giusto il tempo di visitare il parco del palazzo, che è scoppiato un acquazzone di quelli memorabili e niente, di Santander mi resterà il ricordo di un veloce giro in macchina e di una lunga permanenza nel El Corte Inglés locale.
Il sole ci ha baciati invece a San Sebastian che mi ha fatto pensare a Montecarlo, sebbene io non sia mai stata nel principato di Monaco.
La città basca sorge su di un'ampia baia che culmina, a destra e a sinistra, con due monti, L'Igueldo e l'Urgull. Al centro, quasi a chiudere l'accesso, una piccola isoletta a forma di tartaruga: l'isola di Santa Clara.
Il panorama è davvero bello, almeno quello dal monte Igueldo, la cui cima si può raggiungere facilmente con la funicolare. La spiaggia, come avevamo avuto modo di constatare anche a Valencia, è ampia, pulita e libera. Non siamo scesi fin sulla riva ma devo dire che anche il mare sembrava bello...per lo meno considerando che si trattava di oceano.
San Sebastian ha un fascino retrò. Un centro storico piccolo e antico e ampi quartieri dal gusto primi Novecento. Anche qui, una cura degli spazi pubblici da fare paura. Ovunque, nei Paesi Baschi, era un pullulare di giardinieri e addetti alla manutenzione di fontane, nonché un fiorire di macchinari da noi impensabili, come quello che sminuzzava le potature e le eiettava in un rimorchio.
San Sebastian, spiagge pulite, verde curato e un tocco d'antan
Girare in auto in Spagna si è rivelato ancora una volta semplice. Il parcheggio non è un problema, ogni città ha centinaia e centinaia di posti sotterranei per cui tu paghi, è vero, ma hai la certezza di trovare posto in cinque minuti e in qualsiasi parte delle città, anche in centro (tra l'altro il comune di San Sebastian ha on line tutti i parcheggi con i posti liberi sempre aggiornati: cioè n'altro mondo). Se si è fortunati, poi, magari si può trovare posto anche fuori, lungo le strade. A Bilbao ci siamo riusciti e dopo le otto non si paga.
Rispetto al resto del Paese il territorio basco ci è sembrato un po' più caro. A Bilbao, ad esempio, nonostante avessimo prenotato otto mesi prima, non abbiamo trovato una quadrupla a prezzo decente e quindi abbiamo preferito alloggiare in un paese là vicino. Anche sul cibo bisogna andare cauti, e spulciare bene il menù per non prendere legnate: noi a Bilbao siamo stati un po' ingenui con la sangria (che peraltro avevamo bevuto ovunque a prezzi politici): non abbiamo consultato prima il prezzo e una, dico una caraffa, ce l'hanno fatta pagare 18 euro.
Infine, sebbene non ci siano attrazioni studiate proprio per i più piccoli (a parte i famosi parchi giochi buttati praticamente ovunque in Spagna) come ci era capitato a Valencia, i bambini hanno gradito il giro e i tratti in auto hanno aiutato a diluire la stanchezza.
Da Barcellona, passando per Valencia e Santander abbiamo testato e apprezzato i parchi spagnoli
Abbiamo evitato ovviamente mete troppo culturali, a parte l'Hospital di Sant Pau che peraltro hanno visitato senza lamentarsi, Ieie incuriosito dal fatto che lì prima ci fosse un ospedale, la Lolla saltellante nei giardini, e optato per passeggiate, panorami e visite a monumenti che non richiedessero troppo tempo. Oppure a parchi, come quello del Monsterio de Piedra che ha incantato i bambini con le sue cascate.
Insomma, questo giro mi ha permesso di colmare un desiderio che coltivavo da anni e di vedere un altro spicchio della penisola iberica. Sono tornata a casa sazia e il mio mal di Spagna, per ora, è appagato.
Per ora. C'è ancora quell'Ovest del Paese che mi attira. Ma questo è un altro sogno da coltivare, e una scusa per pensare che prima o poi tornerò al di là dei Pirenei.

lunedì 17 luglio 2017

Bilbao, la Spagna del Nord Europa

Correva l'anno 2001 quando Megan Gale, al suono di Sky di Sonique, nello spot dell'allora Omnitel si esibiva in un numero di pattinaggio acrobatico sul tetto di un edificio dalle volute argentate.
Non ricordo se Google fosse già operativo, certo è che gli smartphone erano di là da venire e, quando avevi un dubbio, ti toccava tenertelo per molto tempo. Non so quanto passò prima di scoprire che quell'edificio era il nuovo museo Guggenheim e che si trovava a Bilbao che in quegli anni stava vivendo un rilancio architettonico e culturale, fatto sta che da allora un semino prese a germogliare nel mio cervello: volevo vedere quella città, volevo vedere quell'edificio argentato.
Sedici anni dopo il mio sogno è diventato realtà e il bello è che le aspettative non sono state deluse. Quando dal ponte Salbeko, entrando in città la sagoma del Guggenheim si è stagliata davanti a noi, siamo rimasti tutti a bocca aperta davanti  a cotanto apparato scenografico.
Le foto non rendono: ma il Guggenheim è davvero maestoso e spettacolare

A colpirci è stata dapprima l'architettura imponente e immaginifica del museo, poi tutta l'area del lungofiume, con i curatissimi spazi verdi, i giochi d'acqua, i viali dove correre e andare in bici, il ponte Zubizuri, il tram che corre accanto al fiume tra rotaie adagiate nell'erba.
L'area del lungofiume: il ponte Zubizuri, i giochi d'acqua e le rotaie in mezzo al prato

Anche qui, abitudine molto spagnola, ogni 3/400 metri c'è un parco giochi, con attrazioni gratuite, moderne e ben tenute. Anche qui ordine, pulizia, decoro e fiori freschi a profusione.
L'area del lungofiume non è nuova, i palazzi dall'aria nordeuropea hanno uno stile d'altri tempi, eppure tutto sembra appena ristrutturato, tutto è pittato, laccato e stirato e tu ti chiedi come facciano, che nei nostri condomini ci scanniamo solo per sostituire una serratura difettosa.
I bellissimi palazzi di Bilbao
Bilbao, dicevo, è una Spagna diversa. Un po' nordeuropea, con quei nuvoloni da clima atlantico sempre in agguato, con i bovindo, i canali, gli scorci che ricordano i quadri di Magritte e quelle facciate colorate stile Amsterdam.
E mentre passeggi, il lato opposto del marciapiede si abbassa e tu ti trovi davanti a uno scorcio magrittiano
Bilbao, però, è sopratutto basca. Qui questa diversità, ostentata con orgoglio, si respira non solo per le bandiere rosse e verdi, le scritte in una lingua strana, ma soprattutto per l'assenza nel Casco Viejo delle grandi catene internazionali che monopolizzano i centri di Barcellona, Valencia o Saragozza.
Il Casco Viejo, la parte antica di Bilbao
Girando nella parte antica della città, forse meno chic rispetto al vicino lungofiume, ci si scopre a sbirciare in vetrine che hanno un sapore retrò. Un negozio di baschi, botteghe con abiti per bambini che per tessuti, ricami e taglio, e la totale assenza di griffe note, ricordano quelli di quando eravamo piccoli; boutique di scarpe e vestiti che hanno un tocco di originalità e che attirano sguardi incuriositi e compiaciuti. Negozi di stoffe, pasticcerie con le specialità locali che occhieggiano invitanti dalle vetrine, alimentari votati al baccalà in tutte le salse.
C'è un qualcosa di unico, forse un po' vintage, che traluce da questi negozi, eppure il risultato non sa di vecchiume, di antico, di sorpassato. Tutt'altro: per noi questo non sottostare alla globalizzazione dei consumi ha un sapore nuovo, e, come le madeleine di Proust, ci richiama alla mente vetrine di un passato che abbiamo assaggiato.
L'orgoglio basco ha la sua massima espressione nell'Athletic Bilbao, la squadra di casa con un palmares di tutti rispetto e una condicio sine qua non per essere reclutati tra le file bianco rosse: il certificato di nascita dei Paesi Baschi.
Non so, forse esagerano con questa storia dell'appartenenza, però a me l'idea del difendere le proprie radici, del non sottostare alla dittatura del mercato (e delle abitudini) globale non dispiace. Dopotutto il mondo è bello perché è vario, e se così non fosse non ci prenderemmo la briga di girarlo.
Tra bambini è facile fare amicizia, anche se si parlano lingue diverse: qui Ieie gioca in Plaza Nueva con un bambino con la maglia dell'Athletic Bilbao

venerdì 14 luglio 2017

La verità sul caso Harry Quebert

Un libro che "ti prende" è un piacere tutto da gustare al quale non vedi l'ora di dedicare il tuo tempo libero. E' come un bel regalo che ti aspetta e sei felice perché ogni pagina intonsa sarà una sorpresa da scartare.
Questo pensavo mentre mi abbandonavo alla lettura de La verità sul caso Harry Quebert, di Joel Dicker, finché sono rimasta spiazzata da una sorta di aforisma conclusivo in calce al romanzo, perché sembrava quasi che l'autore mi avesse letto nel pensiero.
Dicker ci porta ad Aurora, tranquilla cittadina del New Hampshire, dove il giovane scrittore Marcus Goldman si reca a trovare il suo professore universitario, nonché grande scrittore, Harry Quebert. Siamo nel 2008 e, dopo l'enorme successo del suo primo libro, Marcus è in preda a una calo d'ispirazione: l'editore aspetta un nuovo best seller, ma nella testa di Marcus c'è il vuoto. Neanche gli incoraggiamenti di Harry, da sempre suo mentore e amico, hanno successo, ma proprio quando le speranze sembrano sparire, il ritrovamento nel giardino di Harry dei resti di Nola Kellergan, quindicenne di Aurora scomparsa misteriosamente nel 1975, daranno a Marcus la voglia di ricominciare a scrivere.
Lo farà proprio per scagionare Harry, che con la ragazzina aveva una relazione proibita e che viene accusato di averla uccisa.
In un patchwork di flashback e ricostruzioni, frammenti dei libri di Harry e Marcus, in un gioco di metalibro in cui talvolta il lettore si perde, ci ritroviamo nell'estate di trentatré anni prima, per scoprire che, sotto la sua patina sonnacchiosa, Aurora nasconde un micromondo dai risvolti inimmaginabili.
Come in uno spettacolo pirotecnico, Dicker parte in sordina, ci conduce a un approdo, devia, torna indietro, fa compiere alla storia talmente tante evoluzioni da lasciarci storditi e affascinati per poi giungere a un finale scoppiettante. E il bello è che, a differenza di altri gialli, stavolta non c'è nemmeno bisogno di tornare indietro per rileggere qualche passaggio fondamentale, perché con qualche trucchetto Dicker ce lo riproporrà senza farci scomodare.
Se si cerca un libro profondo, che tocchi l'animo e la mente, forse è meglio cambiare scelta, ma se si ha voglia di una storia accattivante, di una trama densa, allora questo è il titolo ideale. E quelle 700 e passa pagine, tutte da scoprire, passeranno in un baleno.


"Un bel libro, Marcus, non si valuta solo per le ultime parole [...] All'incirca mezzo secondo dopo aver finito il tuo libro, il lettore deve sentirsi pervaso da un'emozione potente; per un istante, deve pensare soltanto a tutte quelle cose che ha appena letto, riguardare la copertina e sorridere con una punta di tristezza, perché sente che quei personaggi gli mancheranno. Un bel libro, Marcus, è un libro che dispiace aver finito".

La verità sul caso Harry Quebert, di Joel Dicker, Bompiani, traduzione di Vincenzo Vega

Questo post partecipa al Venerdì del libro di HomeMadeMamma

lunedì 10 luglio 2017

Giugno, verso la Spagna del Nord

Lo chiamano mal d'Africa perché, una volta vista, pare che si desideri fortemente tornarci. Non so se sia vero, non sono mai stata in Africa, però conosco il mal di Spagna, quel desiderio di visitarla ancora e ancora che, in dieci anni, mi ha riportata lì per la quinta volta.
E' passato ormai un mese dalla nostra vacanza sulle coste oceaniche della Spagna, un itinerario studiato e programmato con mesi di anticipo (e questo ci ha permesso un notevole risparmio economico perché i prezzi a ridosso della partenza erano lievitati), un viaggio on the road nel Nord del Paese esattamente a dieci anni da quello che, fidanzati, facemmo partendo da Madrid e guidando fino alla Spagna del Sud.
Questa volta la prima tappa è stata Barcellona, sempre splendida, sempre ricca di posti nuovi da ammirare. Ci eravamo ripromessi un giro veloce nella capitale della Catalogna, poi però la scoperta del restauro di un monumento del modernismo catalano ora visitabile (praticamente ogni anno c'è qualcosa di bello che riapre al pubblico), ci ha "costretti" a prolungare il nostro itinerario.
Si tratta dell'ospedale de la Santa Creu e Sant Pau, un vero e proprio ospedale costruito nel 1902 in stile modernista e funzionante fino al 2009. E' incredibile come questo gioiellino di Domènech i Montaner unisse alla bellezza architettonica le più moderne (per l'epoca ovviamente) concezioni di comfort e funzionalità ospedaliere. Purtroppo non è possibile visitarlo tutto, i lavori di restauro sono ancora in corso, e questo (forse) spiega il prezzo molto alto del biglietto (sì, glielo dobbiamo pagare noi turisti il restauro :-( ).
Ospedale de la Santa Creu i Sant Pau

Da Barcellona il nostro itinerario è proseguito per Saragozza, capitale dell'Aragona. Si tratta di una cittadina poco battuta dal turismo internazionale e forse per questo in pochissimi parlavano inglese. Il centro, abbastanza piccolo, è, come in tutta la Spagna, molto ben tenuto. I palazzi colorati sembrano sempre pitturati di fresco, le case dalle facciate impeccabili, coordinate tra loro.
A differenza di altre città spagnole, però, appena fuori dal centro ho notato una certa trascuratezza, un aspetto più trasandato e sporco, insomma non mi sono sentita a mio agio, come invece di solito mi capita al di là dei Pirenei.
Saragozza: la piazza con la Basilica e la Cattedrale e i palazzi del centro

La disponibilità della macchina ci ha permesso di spostarci in un paesino a 100 km da Saragozza, Nuevalos, dove ha sede un bellissimo complesso, il Monasterio de Piedra. Durante il percorso abbiamo constatato che l'Aragona non è solo praterie brulle e assolate (la stessa Saragozza era caldissima, da qui forse l'abitudine degli abitanti di cercare ristoro tuffandosi nella fontana della piazza principale), ma anche oasi di verde tra le montagne.
Il Monasterio di per sé non è molto diverso dai nostri, la sua particolarità è per l'appunto il bellissimo parco che, tra boschi e colline, nasconde una rete di cascatelle, ruscelli e laghi. Per motivi di tempo non siamo riusciti a vederlo tutto, ma ne vale davvero la pena. Anche qui il costo del biglietto, tra l'altro, è altino (cioè, gli Uffizi costano meno!), per cui a saperlo prima avremmo cercato di rimanere qualche ora in più, purtroppo però non conoscevamo la strada e la via tortuosa ha richiesto più tempo del previsto.
La strada verso il Monasterio e il parco

Sulla via del ritorno ci siamo fermati a mangiare in un paesino trovato strada facendo. Se non fosse che parlavano solo spagnolo e che eravamo tra le colline, con un bellissimo panorama soleggiato nonostante le otto di sera passate, il clima rustico e familiare avrebbe potuto essere tranquillamente quello di un qualsiasi paesino della nostra provincia. Poi quando Ieie si è entusiasmato per un gol della nazionale spagnola trasmesso in Tv, i vecchietti del posto l'hanno preso proprio in simpatia.
Lasciata Saragozza abbiamo fatto rotta verso una zona del tutto nuova per noi, una Spagna un po' diversa dal solito, dove le bandiere appese ai balconi (per carità anche a Barcellona è pieno del giallo e del rosso della Catalogna, ma finisce lì) chiedevano una sola cosa: Independentzia, e lo chiedevano con una lingua un po' diversa dai soliti dialetti locali.
Bandiere su calle de la Estafeta, ma potrebbero essere in una qualsiasi altra via di Pamplona

Ce ne siamo accorti già dalla nostra mattinata a Pamplona, capitale della Navarra che, pur non facendo parte della provincia dei Paesi Baschi, Basca si sente fin nel midollo.
Lo dicono i cartelli in quella lingua strana (pare sia una delle più antiche in Europa), le bandiere, i prodotti tradizionali che i camerieri assicurano essere, oltre che unici, anche buonissimi.
Altro che il tormentone "siamo come i tori a Pamplona". Noi come i tori, a Pamplona, ci siamo fatti tutta la via che a luglio viene attraversata dall'Encierro, la famosa corsa per la festa di San Firmino. Non so come la riducano in quell'occasione, ma posso assicurare che calle de la Estafeta, come tutta Pamplona, è un gioiellino.

Da lì, abbiamo proseguito la risalita verso Nord, rotta la bellissima Bilbao....

venerdì 7 luglio 2017

Le confessioni di un italiano

I classici sono da sempre una mia fissazione, quel vuoto imprescindibile da colmare a ogni costo. Un tempo ne consumavo molti di più, adesso diciamo che me ne impongo almeno uno l'anno e stavolta la scelta è ricaduta su un classicone made in Ottocento, quel Le confessioni di un italiano che portò fama a Ippolito Nievo, morto poco dopo in giovane età nel naufragio di una nave. 
Ambientato in un'Italia ancora divisa, il romanzo si snoda dal periodo che va dalla Rivoluzione francese alla vigilia della seconda guerra d'Indipendenza e narra, attraverso le memorie dell'ottuagenario Carlo Altoviti, nato nella Repubblica di Venezia, ma che spera di morire italiano, le vicende storiche, e belliche, del nostro Paese attraverso le avventure della sua vita.
Abbandonato in fasce a casa della cugina Pisana, presenza bizzosa e costante della sua vita e unico vero amore del protagonista, il giovane Carlo cresce tra la servitù del castello di Fratta, in Friuli, ed assiste allo sgretolamento di un mondo ormai al tramonto, alla diffusione di nuove idee, mentre di pari passo anche la sua vita cambia. Scoperto di avere un padre, si ritrova tra il patriziato veneziano, per poi cadere subito dopo tra i proscritti col trattato di Campoformio e girare l'Italia, un po' per caso un po' per volontà, trovandosi al centro delle vicende belliche del periodo, dalle repubbliche napoleoniche, alle rivolte del '20 e '21 fino alla prima guerra d'Indipendenza.
Tra altri e bassi Carlo dimostra soprattutto una forte morale e una dedizione alla vita e agli ideali che lo portano, anche davanti a grandi sventure, a impegnarsi e ad avere fiducia nel futuro.
Devo ammettere che all'inizio, vista l'estrema difficoltà del linguaggio, sciacquato, ammollato e intriso di verbosità ottocentesche, ho rimpianto di non aver affrontato prima questa lettura, quando magari ero ancora fresca del fraseggiare ciceroniano o del romanzare manzoniano. Poi, però, un po' come accade con la sicilianità esasperata del commissario Montalbano, ci ho preso la mano. Mi sono abituata a quei massime che significano soprattutto, all'aveva usato alla prima persona singolare e a tutti gli artifici di un tempo.
E poi, lo dico senza vergognarmi, nonostante il libro sia lontano da noi anni luce per verbosità e mentalità, devo dire che mi è piaciuto.
Se non ci si fa scoraggiare dalla lunghezza e da alcuni tempi morti, si troveranno due aspetti fondamentali nel romanzo di Nievo. Il primo è un approfondimento storico. Tutti quegli anni che sui libri di scuola sono una rassegna di date e battaglie, trovano ampio respiro nella narrazione e alcune vicende nelle quali il protagonista si trova coinvolto in prima persona, permettono al lettore di avere un quadro più chiaro di quel periodo e di comprendere meccanismi e situazioni che di solito a scuola impariamo meccanicamente senza soffermarci troppo sul come e sul perché.
Il secondo aspetto è che leggendo questo libro ci si rende conto, purtroppo, che tutto cambia affinché nulla cambi. Alcune riflessioni di Nievo, sul sistema giudiziario o sulla decadenza della Repubblica di Venezia ad esempio, calzerebbero anche ai nostri tempi, a sostegno della tesi sui corsi e ricorsi storici di cui parlava Vico.
O a dimostrazione che ci sono caratteri ereditari in questa Italia, che hanno origini antiche e forse per questo sono così difficili da estirpare.

Se Venezia era de' governi italiani il più nullo e rimbambito, tutti dal più al meno agonizzavano per quel difetto di pensiero e di vitalità morale.

Le confessioni di un italiano, Ippolito Nievo, Giunti Demetra

Questo post partecipa al Venerdì del libro di HomeMadeMamma

venerdì 9 giugno 2017

Il ladro di merendine

Si distacca un po' dai due romanzi precedenti Il ladro di merendine, il terzo capitolo della saga di Montalbano. Prima di tutto Camilleri introduce la novità di un cliffhanger sul finale, lasciandoci con la curiosità di sapere cosa succederà tra il commissario e Livia (e ok, noi che abbiamo visto le fiction Rai già lo sappiamo, ma ammetto che il colpo di scena ha incuriosito anche me e non vedo l'ora di approdare alla quarta indagine); ma soprattutto conosciamo nuovi lati di Montalbano che si spoglia dell'aura che l'ha circondato fino ad adesso, mostrandosi per quello che è, un uomo di vizi e di virtù.
"Quando si deciderà a crescere, Montalbano?", la domanda del cavaliere Pintacuda è il sigillo sulle debolezze del commissario che, stavolta, nell'amara conclusione del libro, così in contrasto con l'umorismo dei primi capitoli, delude i suoi lettori per la sua vigliaccheria.
Ma andiamo con ordine. Siamo sempre a Vigata, un anno dopo l'indagine definita del Cane di terracotta e pochi anni dopo il primo caso che ci ha fatto conoscere Montalbano. Stretto tra il pensionamento del questore e l'odiata prospettiva di diventare vicequestore, come spesso succede Salvo si trova a sbrogliare due matasse apparentemente indipendenti: l'omicidio di un pensionato nell'ascensore del suo condominio e quello di un pescatore su di un'imbarcazione che avrebbe sconfinato in acque straniere. Sbolognata la seconda indagine con un pretesto di competenza, Montalbano si imbatte poi nel ladro di merendine che dà il nome al libro: un bambino che, per placare i morsi della fame, ruba la merenda agli allievi di una scuola elementare.
Questo terzo incontro, destinato a smuovere le acque del rapporto con Livia, sarà il fil rouge tra le tre vicende e toccherà a Montalbano usare tutta la sua abilità, ma soprattutto la strafottenza e il pelo sullo stomaco di cui è dotato, per venirne fuori sano, Salvo e con il massimo del guadagno per tutti.
Di più non si può dire, se non che questo capitolo getta luce su nuovi aspetti della vita del commissario, sulla sua infanzia, sul suo rapporto con Livia e, udite udite, sulla sua età. Insomma ne emerge un personaggio a tutto tondo, sempre più completo e complesso e di questo va dato il merito a Camilleri che si rivela, oltre a un abile tessitore di trame, esperto cesellatore di personaggi veri, e per questo amati dai lettori.

Il ladro di merendine, di Andrea Camilleri, Sellerio editore Palermo

Questo post partecipa al Venerdì del libro di HomeMadeMamma

sabato 27 maggio 2017

40

Ti guardi allo specchio e te lo chiedi, se siano troppi. Perché quel numero pesa, ma dentro tu ti senti ancora giovane, a dispetto di quella ruga che ti si disegna al lato della bocca, e di quel segno che, sei sicura prima non c'era, si nasconde traditore sotto il mento.
Insomma, la tua adolescenza è proprio dietro l'angolo. Poi guardi il Tg e senti che Nek celebra i 25 anni di carriera e ti chiedi "Na, com'è possibile sia passato così tanto tempo, che me lo ricordo quando ha iniziato". E fai i conti. E tornano. Tu avevi quindici anni e adesso sono 40.
E allora ripensi alla giovinezza, a quei ricordi che tenevi catalogati con la precisione di un archivio e ti rendi conto che iniziano a mischiarsi come carte nel mazzo. Perché forse 40 cominciano a essere tanti, soprattutto quando tuo figlio, che è pervicacemente preciso, a ogni accenno al tuo passato ti chiede, quando, quanto tempo fa?
E poi fai i conti con tanti altri aspetti che, no, non tornano.
Perché a 40 anni cominci a fare un bilancio di quel che volevi e di quel che hai avuto.
Perché a 40 anni ti rendi conto che il tempo a venire potrebbe essere meno di quello già goduto.
Perché a 40 anni pensavi che saresti stata una donna sicura di sé e senza paure, ma forse adesso che sei matura, di paure ne hai più di quando guardavi spavalda al tuo futuro.
40 anni, sono troppi o no? Ancora non so dirlo, e sono al giorno due.
Poi penso ai miei bambini che ieri erano così eccitati come se fosse la loro festa. A Ieie, che gli altri anni mi portava il regalo nascosto in casa dai nonni, e questa volta no perché era arrivato in anticipo, e si crucciava di non avermi dato niente "E che festa è se non c'è un regalo?", o alla Lolla che mi ha chiesto cosa volessi per il mio compleanno e alla mia richiesta di un viaggio a New York ha risposto "Ma io non ho i soldini...però te lo posso disegnare!".
Guardo loro due e capisco che, al di là di quello che riserva il futuro, il mio futuro, il mio ponte verso il domani, sono loro. E allora non so se 40 sono troppi, però sono felice di poter rivivere la mia giovinezza grazie a loro.

lunedì 22 maggio 2017

Senza di lei

Quello dei pasti è, per me, uno dei momenti più temuti della giornata. Cerco sempre di mangiare prima dei bambini, con buona pace del concetto di pranzo in famiglia, poiché altrimenti, essendo spesso l'unica adulta della tavola, mi tocca interrompermi e alzarmi in continuazione a ogni "Mi dai un po' d'acqua?" "Ho finito il primo, che c'è di secondo?" "Mi tagli la carne?" "Mi sbucci la frutta?" "Ho versato l'acqua" "Mi sono sporcato di sugo", e no, non incentivo l'autonomia dei miei figli perché preferisco fare io piuttosto che dover pulire i disastri combinati.
Ma tutto questo, in fondo, è il minimo. Il motivo per cui mangio prima è che durante i loro pasti devo fare il vigile. Interdire inopportune quanto continue alzate da tavola (con annessi dispetti), dirimere litigi su chi è più veloce, più bravo, più tutto, mitigare sfottò, battute, insulti di ogni tipo che i due, ai capi opposti del tavolo, si lanciano come strali e, infine, moderare anche la chiacchiera continua che rallenta no, anzi, blocca il pasto come un cantiere in tangenziale. Nel mentre che faccio tutto questo, penso, mi chiedo e spero, che cali dall'alto una soluzione che renda il momento del pasto meno caotico e stressante.

Qualche giorno fa la Lolla è andata a mangiare da una compagna. Fin qui tutto normale, se non che Ieie quel giorno è tornato a casa muto e solingo. Abbiamo mangiato insieme e, devo ammetterlo, la situazione è stata strana. In cucina regnava un silenzio surreale, quasi angosciante, al quale non ero più abituata. Vedendo mio figlio un po' triste ho cercato di ravvivare la conversazione (sì, proprio io!) chiedendogli ragguagli sulla sua giornata e cercando spunti che innescassero la sua chiacchiera che, certo, non è irrefrenabile come quella della Lolla, ma che di solito fornisce valido supporto alla linguacciuta sorella. Ma niente, la conversazione ha ristagnato e alla fine ho lasciato perdere, intristita anch'io da quell'assurdo silenzio.
Poi la Lolla è tornata, e cinque minuti dopo si inseguivano per casa urlando e menandosi come bestie liberate dalle gabbie. Ieie, che mi aveva confidato di essere un po' geloso perché lei era stata invitata da un'amica e lui no, sembrava aver dimenticato tutto e recuperato il consueto brio post scolastico.

Ora, non arriverò a dire che il caos del pranzo mi è mancato (questo mai!), però, ecco, da figlia unica, mi trovo spesso a invidiare i miei figli. Perché hanno quello che io ho desiderato inutilmente per una vita e perché quando li vedo insieme, anche se spesso non fanno altro che litigare, sono contenta di sapere che per loro essere in due è scontato e normale e non sapranno cosa vuol dire essere l'unica bambina in una famiglia di adulti.

venerdì 5 maggio 2017

Niente e così sia

Non si viene al mondo per morire a vent'anni alla guerra.

E' un libro di filosofia Niente e così sia, il diario sulla guerra che Oriana Fallaci scrisse durante la sua esperienza in Vietnam a cavallo tra il 1967 e il 1968. E' un libro di filosofia perché, nel tentativo di rispondere alla domanda che l'aveva portata al fronte (perché gli uomini facciano una cosa così stupida come la guerra, perché si uccidano e a cosa pensino quando sono lì), partendo da Saigon e spostandosi tra foreste di palme, piantagioni di caffé, colline e trincee del Vietnam del Sud, la Fallaci scopre verità immutabili e incontrovertibili sulla condizione umana.

Sono qui per spiegare quanto è ipocrita il mondo quando si esalta per un chirurgo che sostituisce un cuore; e poi accetta che migliaia di creature tutte giovani, col cuore a posto, vadano a morire come vacche al macello per la bandiera.

Il conflitto del Vietnam fu un tritacarne nel vero senso della parola, l'abbiamo imparato da una filmografia impressionante e, dopo aver visto il Cacciatore, pensavo che non si potessero aggiungere altri tasselli di atrocità a questa vicenda. Invece il libro della Fallaci conferma e amplifica tutto questo, la guerra viene vista proprio da dentro la trincea, da sotto un cielo da cui piovono bombe, in mezzo ai soldati e, in questa apoteosi del male, riusciamo a capire come i fatti, dal di dentro, assumano contorni e colori diversi. Guardiamo l'Uomo e riflettiamo con Oriana sull'assurdità del male, sulla storia che non aiuta ad evitare errori uguali ai precedenti.

La morte, sa, ha un valore relativo. Quando è poca, conta. Quando è molta, non conta più.

L'orrore della Shoa era proprio dietro l'angolo, ancora indelebile, eppure gli uomini sembravano aver già dimenticato.
Nel suo libro, forse un po' lungo, perché 400 pagine di guerra son dure da mandar giù, Oriana ascoltò tutte le voci, generali e umili soldati, americani, vietcong, nordvietnamiti e sudvietnamiti spettatori del conflitto, per fornire al lettore, e a se stessa, un quadro completo. Impressionante è come emerga, da ambo le parti, la paura e la stanchezza dei poveri soldati, mandati a morire senza un perché da uomini più potenti e grandi di loro che, però, stanno al sicuro, e a morire ci mandano gli altri.
A fare da sfondo alla bruttezza creata dall'uomo, un Paese che appare invece di una bellezza fiabesca, con i suoi fiumi, le foreste e le colline di un verde esotico e per noi sconosciuto, martoriati da un martellare di fuoco, bombe, bengala e da una quantità di armi che nemmeno immaginavamo esistessero. Proprio sulle armi, sul piccolo proiettile dell'M16, c'è una delle riflessioni più belle della Fallaci, e solo per questa bisognerebbe leggere il libro. Per chiederci, tutti, quanto siamo innocenti. Per imparare qualcosa sul concetto di responsabilità.
In conclusione la Fallaci risponde alle domande che l'avevano portata al fronte e, soprattutto, alla domanda postale dalla sorellina prima della partenza, che è l'anima del libro "La vita cos'è?". La risposta Oriana ce la dà sul finale quando, tornata dal Vietnam e in missione in Messico, rischiò la vita durante una manifestazione studentesca. Io ovviamente non la anticipo, vale la pena andare al fronte con Oriana per capire la vita cos'è.

P.S.
Ho poi scoperto che anni dopo Oriana Fallaci tornò in Vietnam, non tra le truppe americane, ma tra quelle nordvietnamite, per vedere la guerra dal fronte opposto. Gli articoli frutto di quell'esperienza sono ora raccolti nel volume Saigon e così sia

Niente e così sia, di Oriana Fallaci, Best Bur

Questo post partecipa al Venerdì del libro di HomeMadeMamma

martedì 2 maggio 2017

1° maggio

"Mamma lo sai quale casa mi piace di più tra la nostra, quella dei nonni e quella dei nonni al paesino?".
"No Lolla, quale?".
"Quella al paesino. E sai perché?".
"Perché?".
"Perché è vicina al mare. E perché possiamo uscire sempre. Solo quando piove restiamo a casa, ma per poco".
Caro paesino, cara casa, cosa avrete di così speciale non si sa, ma se anche la mia nonna materna, milanese, dopo la fame e la paura della guerra, approdò in questo posto dimenticato dagli uomini e le sembrò il Paradiso, un motivo per cui di generazione in generazione ci fate innamorare ci sarà.
Ancora oggi, nonostante gli uomini abbiano impiegato camion di cemento per nascondere quest'angolo di Paradiso creato da Dio in terra, c'è qualcosa di magico in questo paese lontanissimo da tutto, chiuso tra la scogliera e il mare più blu. Qualcosa che ti entra nel cuore e ti rapisce per sempre.
Ieri, a distanza di mesi, siamo tornati al paesino approfittando della prima bella giornata di sole regalataci da maggio dopo il freddo aprile. Poche novità, nemmeno piacevoli, ma la sensazione di pace e benessere è stata impagabile. Ho guardato con desiderio la cara terrazza, la Lolla ha chiesto dove fosse il dondolo, e mi sono immaginata lì, immersa in qualche buon libro, il mare davanti e il sole sopra di noi.
Andando via il venticello di scirocco mi ha persino solleticato con il profumo del mare, quel mix di alghe fresche e salsedine che d'estate è così difficile percepire, forse perché ci sono troppe narici bramose per l'aria.
E' stato bello, direi riconciliante.
E adesso dobbiamo solo aspettare l'estate.

sabato 22 aprile 2017

Maschi vs femmine #2

Una mattina delle ultime vacanze.
"Bambini io vado in camera a prepararmi, va bene?". Mugugni indistinti (forse) di assenso, da parte di una Lolla intenta a costruire una palestra con i lego e di Ieie irretito da un'intervista a Donnarumma.
Dopo una ventina di minuti mi arrivano dalla cucina queste parole.
"Mamma! Mammaaa?! Lolla ma dov'è la mamma?".
"E' andata in camera a prepararsi".
E niente, non è questione di età, di preoccupazioni, di stanchezza, come vorrebbero farci credere. E' che già da piccoli, i maschi fanno finta di ascoltarci.

lunedì 10 aprile 2017

Ci hanno imbrogliato, ragazze

La settimana scorsa ho smontato il letto culla che ancora sostava in camera della Lolla. Da otto anni, da quando fu regalato a Ieie di appena cinque mesi, è rimasto a casa nostra ospitando, a turno, i miei figli. Ma da qualche mese ormai era solo un guscio vuoto e un po' a malincuore gli ho detto addio. Non è solo la fine di un periodo della nostra vita, è anche il saluto definitivo alla possibilità, un tempo accarezzata, di avere un terzo figlio.
Mi avvicino a stretto giro ai 40, sono troppo vecchia per pensare a quel numero tre che, da ragazza figlia unica, era il mio ideale. Per carità, so che c'è chi fa figli anche dopo i 40, ma io di bambini ne ho già due e ho una gravidanza complicata alle spalle e poi vorrei che i miei figli, tutti, arrivassero all'adolescenza con una madre, se non giovane, quantomeno non vicina all'età della pensione.
Eppure quando appena trentunenne affrontai la prima gravidanza, mi sentivo una giovane pioniera. Ero la prima delle mie amiche a diventare mamma (come gentilmente mi fece notare una di loro quando le comunicai la lieta notizia "lo sai che nessuna di noi ha ancora figli?" come a dire, guarda che rimarrai da sola con biberon e pannolini) come potevo essere vecchia? A farmi nutrire qualche dubbio fu quel primipara tardiva che la ginecologa appioppò alla mia cartella al momento della prima ecografia.
Ma come, avevo fatto tutto quello che mi avevano insegnato. Prima avevo pensato allo studio, a trovare Il Compagno giusto, a sistemarmi (ve be' eravamo entrambi precari, ma quantomeno sapevamo di poter sfamare il pargolo), ci eravamo anche goduti un po' la vita tra teatri, cinema, viaggi, ecc. come potevano definirmi tardiva?
Già. E' che non ce l'avevano detta tutta. Perché sì, oggi l'eta fertile della donne si è allungata (dicono), oggi la scienza ci aiuta più che in passato, ma la verità vera che nessuno mi aveva detto e che io invece non mi stanco di ripetere è che i figli è meglio farli da giovani. Per carità, non dico di procreare appena spenta la ventesima candelina, senza se e senza ma (e magari senza lavoro e compagno fisso), però prima di scegliere di aspettare bisogna avere alcune consapevolezze.
La prima è che, più passa il tempo, più perdiamo energie. A 31 riuscivo a tenere (più o meno) il passo con le notti di sonno perso, ma a 25 probabilmente l'avrei fatto anche meglio. Adesso a una notte persa segue una settimana di inviti ad andare a quel paese rivolti a chiunque mi capiti a tiro.
Questo è ancor più vero quando devi starci dietro, ai figli. Più sei giovane più hai voglia di fare vola vola, di cantare a loop il Coccodrillo come fa e di passare pomeriggi sul pavimento. Arriva un'età che questi passatempi ti distruggono. Per non parlare degli scricchiolii quando ti rialzi da terra.
La seconda è che non sempre a 35 anni procreare è semplice. Conosco un bel po' di coetanee che hanno avuto non poche difficoltà prima di diventare mamme. Qualcuna alla fine c'è riuscita, qualcun'altra è ricorsa, con successo, alla scienza, qualcuna non ha trovato, finora, la risposta al suo problema. Sarebbe cambiato qualcosa se non avessero oltrepassato i 30 anni? Non lo sapremo mai.
Di certo a loro, e a me, resta un po' di amarezza. Ho amiche che hanno sempre detto di volere un solo figlio. Poi, una volta diventate mamme, hanno cambiato idea: magari un altro... E' che poi non sempre questo desiderio puoi portarlo a compimento. Soprattutto se sei vicina ai 40 e la prima gravidanza ha richiesto anni e anni di tentativi.
Ecco, anche io mi sento così. Come una che, se avesse iniziato a fare figli prima, adesso forse ne avrebbe tre. E arriverebbe ai 40 pensando che tra qualche anno i più grandi andranno all'università e magari noi genitori troveremo il tempo di farci quei viaggi a cui abbiamo rinunciato in gioventù.
Vorrei solo che, oltre a tutto quello che mi avevano detto, mi avessero detto anche questo.

venerdì 31 marzo 2017

Assassinio allo specchio

Sembra partire un po' in sordina, Assassinio allo specchio, ottavo romanzo della serie di Miss Marple. Troviamo infatti la simpatica vecchietta reduce da una polmonite, costretta in casa, tampinata da una dama di compagnia eccessivamente premurosa che le impedisce qualsiasi attività che non contempli il riposo. Al tramonto della nostra eroina fa da contraltare il rinnovamento del villaggio di St. Mary Mead, che si affaccia al futuro con la costruzione di un Nuovo Quartiere. Addirittura una famosa attrice di Hollywood, Marina Gregg, ha deciso di stabilirvisi e darà una grandiosa festa per celebrare il suo arrivo.
Sarà proprio il ricevimento a ospitare il primo di una serie di misteriosi omicidi che sconvolgeranno St. Mary Mead e si scopriranno essere collegati ad alcune lettere minatorie ricevute dall'attrice. Sfortunatamente Miss Marple, chiusa in casa, non potrà partecipare attivamente alle indagini, che noi lettori vediamo svolgersi attraverso gli interrogatori della polizia, ma sarà l'investigatore Dermot Craddock a recarsi da lei per chiedere il suo contributo di fine indagatrice della natura umana.
Miss Marple, quindi, non delude e Agatha Christie stupisce il lettore con un romanzo che unisce alla simpatia della protagonista, la capacità di raccontare la storia da diverse angolazioni che, al momento finale, si ricompongono per offrire la soluzione e la comprensione di tutta la vicenda.
Il meccanismo è perfetto, anche perché lascia il lettore inconsapevole fino alla fine. Lo specchio, si metta agli atti, non c'entra niente col delitto (come io erroneamente ho pensato quando ho scelto questo libro), ma deriva dal verso di una poesia di Lord Tennyson, poesia che una testimone cita per descrivere il comportamento di Marina Gregg durante la festa.
Sarà proprio questo piccolo, ma fondamentale, particolare a portare Miss Marple sulla strada giusta mentre tutti gli altri, dalla polizia ai lettori, se ne faranno trarre in inganno. Stavolta, posso dirlo con orgoglio, avevo anche subodorato qualcosa, purtroppo però non è stato sufficiente a farmi capire la soluzione. Eppure, da ottima giallista Agatha, ci fornisce tutti gli elementi, ma metterli insieme non è da tutti. Forse solo da Miss Marple.

Assassinio allo specchio, di Agatha Christie, Oscar Mondadori, trad. di Lidia Ballanti

Questo post partecipa al Venerdì del libro di HomeMadeMamma

giovedì 23 marzo 2017

Buon compleanno

Anche quest'anno, puntuale come al solito, la tua calla ha fatto un fiore. Ricordo che ne aveva parecchi quando, sei anni fa, ce la regalarono per la tua nascita. Ma anche uno solo va bene, purché sbocci per il tuo compleanno.
Sono sei, quindi. L'età giusta per andare a scuola. Ma a scuola tu ci vai da un pezzo, e senza problemi. L'hai voluta tu questa sfida, nonostante i miei timori, e sei stata all'altezza, perché non è sempre vero che quando i bambini chiedono qualcosa lo fanno solo per capriccio.
Dicono spesso che mi somigli, ma ogni volta che ci mettiamo guancia a guancia davanti allo specchio a fare le boccacce non vedo miglioramenti: non trovo niente di me in te. E non solo nell'aspetto, ma anche nel carattere. Sì, qualche volta colgo una sfumatura, un piccolo accenno che rimane impigliato nella rete fitta delle tue chiacchiere. Ma basta a giustificare questa presunta somiglianza? Secondo me, no.
E allora buon compleanno a te, bambina sempre allegra. Bambina affettuosa che elargisce e attira abbracci.
Buon compleanno a te, che già si vede che sarai determinata e coraggiosa.
Buon compleanno a te che dici di essere il guerriero dragone che non ha paura di nulla.
Buon compleanno a te che l'altro giorno mi hai vista andar di fretta, e, senza che dicessi nulla, sei stata l'unica ad aiutarmi a sparecchiare. Da sola, in autonomia.
Buon compleanno a te, che magari ti rattristi se un'amica ti fa uno sgarbo, ma che sai reagire e trovi il coraggio per andare avanti.
Buon compleanno a te, che hai la testa piena di sogni, di idee, di fantasie e io lo vedo dallo sguardo intento e brillante con cui ti perdi nei tuoi giochi, da quelle manine che ricacciano indietro i capelli e si agitano indaffarate.
Buon compleanno perché penso a queste cose e trovo poco di me in te.
E forse mi piaci proprio per questo.