venerdì 17 novembre 2017

Ancora tre indagini per il commissario Montalbano-L'odore della notte

Non succede niente di interessante a Vigata, al punto che Montalbano è impegnato a tenere a bada un pensionato fuori di testa per aver perso i risparmi. Li aveva affidati a un investitore tarocco, uno dei soliti truffatori che promettono mari e monti e poi spariscono col capitale come si vede tante volte in televisione, un caso che Montalbano, poco incline alle questioni economiche, aveva affidato al suo vice Augello.
Ma com'è che, ovunque si giri, il commissario si trova ad avere a che fare con persone truffate da Gargano, il mago della finanza scomparso con tutto il malloppo? Montalbano non può fare a meno di chiederselo e, quando la questione minaccia di riguardare anche i suoi affetti, decide di prendere in mano l'inchiesta, complice il fatto che Augello è in licenza matrimoniale.
Parte un po' in sordina L'odore della notte, sesta indagine del commissario di Vigata. Non c'è un omicidio, ma solo un caso che si trascina da un mese senza troppi sviluppi. Di Gargano ormai si dispera di avere notizie, tutti sono convinti che sia in qualche paradiso naturale a godersi i frutti del suo lavoro sporco e non ci sono elementi utili a una svolta. Sarà un dettaglio, colto fortuitamente dal commissario, ad aprire un vaso di Pandora di scoperte tragiche, che in una concatenazione tumultuosa di eventi, porterà a un finale che rovescia sul lettore una quantità insperata di sorprese.
Camilleri non delude e riesce, pur non tradendo lo spirito tipico dei romanzi di Montalbano, a creare un prodotto sempre diverso e a dare nuova linfa al suo personaggio che cresce, invecchia, va avanti come tutte le persone di questo mondo.
Davvero bello. E, come sempre, vien voglia di continuare la lettura.

Ancora tre indagini per il commissario Montalbano-L'odore della notte, Andrea Camilleri, Sellerio

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martedì 7 novembre 2017

Il litigio nell'era digitale

La preadolescenza è quel periodo in cui i rapporti con le amiche del cuore/compagne di scuola possono prendere spesso la strada dell'incomprensione, vittime di quell'amplificazione dei sentimenti tipica dell'età.
Non sono mai stata una tipa litigiosa, però ricordo come io stessa, in quell'incubatore dell'adolescenza che è la scuola media, mi sentissi ferita dalla compagna che aveva più successo con i ragazzi o mi turbassi per un'amica che sembrava prestarmi meno attenzione del solito. Me ne sono ricordata quando, qualche giorno fa, mi sono imbattuta nel racconto di una undicenne alle prede con un litigio con l'amica del cuore. Niente di nuovo, tutte cose già vissute e sentite. Quel che mi ha colpito, però, è stato notare come nell'era dei social anche un litigio assuma contorni nuovi e un po' inquietanti.
Perché la discussione, banale, per i soliti banali motivi (Io sto week end esco con un'altra amica ma tu non uscire con un'altra. E perché? Perché sì. Tu non sei più la mia migliore amica, ecc.) non si è spenta là dov'era nata, tra i banchi di scuola, ma si è trascinata a casa, tra telefonate e whats app, in un tripudio infernale protrattosi per non so quanto tempo e terminato con una delle due che bloccava il numero dell'altra (che, tra parentesi, manco sapevo si potesse fare).
Ora, io me la sono immaginata questa scena, con un telefono che fischia o trilla ogni tre per due impedendoti di pensare ad altro, la trepidazione nel leggere la risposta, l'angosciosa attesa quando quest'ultima non arriva, le telefonate che si concludono con le parole che ti muoiono in bocca mentre l'altra chiude la conversazione fino al terribile, umiliante finale di vedersi banditi.
Ai miei tempi (lo so, fa tanto mia nonna, ma ci sta tutto), una cosa del genere era impensabile. Il telefono non solo costava, ma soprattutto era "della famiglia". C'erano orari e momenti in cui telefonare "a casa delle persone" stava male e nemmeno si poteva essere insistenti ché magari la nonna, la mamma o il fratello non erano proprio felicissimi di farti da centralinista. Il risultato era che la tua rabbia dovevi farla sbollire in altro modo e il tempo e la distanza certo aiutavano, oppure dovevi attendere di rivederti a scuola per chiarire, e il luogo richiedeva pur sempre un certo contegno.
Il fatto di avere un cellulare personale, una linea diretta con l'amica, oltre ad abbattere tutte queste barriere, che è una comodità, porta a un'esasperazione dei comportamenti, in quell'età così vorticosa e strana che è la preadolescenza. Non ci sono filtri, che vuol dire che non solo non c'è nonna Amalia a rispondere al telefono obbligandoti a essere cortese ed educata, ma non ci sono nemmeno il tempo e lo spazio per far decantare i sentimenti ed evitare che quel brutto pensiero che ti è venuto in mente si traduca immediatamente in un messaggio. Così il litigio scivola veloce lungo la china dell'odio, portando a conseguenze nefaste. Essere bloccati, alla fine, non è la cosa peggiore che possa succedere, quando con i social un insulto può avere una diffusione "planetaria".
Dopo tutto, non era tanto male essere adolescenti ai miei tempi, anzi a pensarci bene era decisamente più facile. Ma, soprattutto, noi genitori analogici sapremo gestire l'adolescenza digitale dei nostri figli che è ormai dietro l'angolo?

lunedì 23 ottobre 2017

La fatica di educare

"Figli piccoli problemi piccoli, figli grandi problemi grandi" ti ripetono quando ti lamenti delle notti insonni a causa dei pianti dei pargoli appena nati, lasciandoti intendere che, checché tu ne pensi, non saranno quelle le preoccupazioni peggiori che i tuoi bambini ti daranno.
La fatica di educare, in effetti, si incontra dopo. Dopo i terrible two, dopo l'inserimento all'asilo, dopo i capricci e le sudate per spiegare la differenza tra è ed e.
Si incontra, ad esempio, quando cerchi di far capire a tuo figlio di nemmeno nove anni perché non ritieni che uscire a passeggio da solo come fanno alcuni suoi coetanei, sia una buona idea. O, peggio, perché non è opportuno alla sua età, possedere e usare un proprio cellulare per scambiarsi messaggi con i compagni, sebbene gli altri già lo facciano.
E' allora che senti tutta la fatica di spiegazioni che non sai se andranno a segno.
Perché tu puoi pensare, e dire, che i telefonini sono pericolosi per la salute dei bambini, e lo sostengono persone molto più autorevoli della mamma; che lo smartphone è un'incredibile finestra sul mondo, ma anche una porta di accesso a situazioni pericolose per un "ragazzino" di neppure nove anni; che già fai fatica a tenere sotto controllo le ore di tv e videogiochi sul tablet, perché lui non è proprio in grado di staccarsi dagli apparecchi elettronici, figuriamoci se dovesse esserci di mezzo anche un cellulare.
Soprattutto, tu puoi volere che lui conosca abbastanza la vita vera, fatta di abbracci, litigi, partite di pallone, sudore, erba fresca e vento in  faccia, prima di lasciarsi assorbire da quella virtuale. Così da non deprimersi per una misera manciata di like e da capire che i veri amici non sono quelli che affollano i tuoi social, ma quelli che ti porgono una spalla, in carne e ossa, quando hai bisogno di piangere.
Tutte queste cose possono essere spiegate con un linguaggio kids friendly, come si dice oggi, ma la verità è che ciò che resterà, sarà solo il paragone tra gli amichetti trattati ormai da grandi e se stesso, il bambino.
E quindi puoi solo prenderti il tuo pesante fardello, tenere duro e seminare e sperare che un giorno tutta questa fatica sarà stata utile. Sarà stata compresa.

P.S.
E poi è vero, è difficile per me accettare che il mio bambino non sia più tale, che sia troppo grande ormai per ricevere in dono un giocattolo, ma mi chiedo anche: se adesso esce da solo, quale nuovo traguardo si proporrà, per esempio, tra due anni?
Il discorso che i bambini di oggi sono più svegli dei loro coetanei di vent'anni fa, a me non convince. Forse saranno (ancor) più smaliziati, con più conoscenze, ma di certo non sono più maturi.
Veramente posso accettare che mio figlio talvolta si svegli ancora di notte piangendo, che non voglia restare in casa da solo il tempo necessario per percorrere i 50 metri che ci separano da scuola così da prendere sua sorella senza dover chiedere la collaborazione di qualcuno, che non sia disponibile a restare da "solo" (con la sorella) in auto mentre pago il parcheggio e poi permettergli di uscire senza un adulto?
Che c'azzecca?
C'entra eccome, perché crescere non può significare solo avere più libertà. Maggiori diritti comportano maggiori doveri e responsabilità, mi è sempre stato insegnato che le due cose vanno di pari passo: non basta credersi grandi, per essere trattati come tali.

venerdì 20 ottobre 2017

Ancora tre indagini per il commissario Montalbano-La gita a Tindari

L'omicidio di un trentino che fa la bella vita pur non avendo, apparentemente, entrate sufficienti e, a stretto giro, la scomparsa di una coppia di anziani dalla vita piuttosto appartata. Cos'hanno in comune questi due casi su cui indaga Montalabano? Niente, se non il fatto che tutte e tre le persone abitavano nello stesso palazzo. Una coincidenza? Forse, anche se il commissario alle coincidenze non crede poi tanto.
E poi, ancora. Balduccio Sinagra, il boss locale, che vuole costringere, dice lui, il nipote latitante a costituirsi per evitare ritorsioni tra clan e chiede l'aiuto della polizia. Mimì Augello, il vice sciupafemmine di Montalbano che è in vena di sposarsi, mandando ai matti il suo capo che teme di perdere un pezzo della squadra. Il rapporto con Livia, che è ormai a un punto morto. 
Sono questi gli ingredienti de La gita a Tindari, quinto capitolo della saga di Montalbano. Un libro che, pur seguendo la ricetta tipica delle indagini di Montalbano, una serie di casi apparentemente sconnessi, conditi dai profumi e dai sapori della Sicilia, innaffiati dai capricci del mare e musicati col linguaggio di Camilleri, risulta comunque nuovo e appassionante.
Di volume in volume, infatti, scopriamo particolari inediti sulla vita del commissario e la sua vicenda, e di quella del piccolo mondo che lo circonda e che ormai anche per noi lettori è diventato familiare, evolve e si arricchisce. Tornare a Vigata è sempre piacevole, ci si sente a casa, anche se il finale travalica i confini "rassicuranti" della malavita sicula.
Il rischio di essere ripetitivi, così temuto da Camilleri e spiegato nella prefazione a questa nuova edizione, non c'è. Montalbano seguirà le tracce di illustri predecessori che, risolvendo un caso dopo l'altro, hanno appassionato il pubblico e sono entrati nell'immaginario collettivo.

Ancora tre indagini per il commissario Montalbano-La gita a Tindari, Andrea Camilleri, Sellerio

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mercoledì 18 ottobre 2017

Meglio soli

E' successo mentre passeggiavamo a Matera, di sabato sera, nel bel mezzo dello struscio cittadino. E' successo a Matera, ma, premetto, sarebbe potuto accadere in qualsiasi altro posto. Nel giro di pochi minuti passiamo da una comitiva di ragazzi dove un'adolescente si lascia andare, ridendo, a un'imprecazione, a un'altra dove due ragazze che potranno avere al massimo 16 anni, scherzano e un dà all'altra, ridendo, della troia. E' successo a Matera, ripeto, ma non è diverso da altre situazioni in cui mi sono imbattuta recentemente nella mia città, con adolescenti, spesso ragazze, che usano espressioni volgari, imprecano, bestemmiano. A volte nell'assurdo silenzio di genitori non complici, ma più che altro quasi succubi dei figli. Abulici.
Forse sono vecchia e anche un po' codina. Non sono mai stata, neanche in gioventù, una che usava o abusava delle parolacce. Qualche volte mi può scappare, certo, ma non ne ho fatto mai la mia forma linguistica prediletta. Detto questo ho e ho avuto amiche che usano le parolacce molto più di me e so, per esperienza, che quando si è giovani essere sboccati fa figo. Fa grande. Il punto, tuttavia, è che c'è un'enorme differenza tra usare le parolacce e imprecare. E anche le mie amiche più sboccate a certe vette non arrivavano, né le ho mai sentite darmi o darsi della troia. Non nei litigi e neppure per scherzo.
E allora, che succede ai giovani d'oggi? Come mai sempre più femmine si abbandonano a una linguaggio un tempo retaggio non dico di maschi, perché ci sono maschi e maschi, ma di uomini di infimo livello?
Ecco allora che mentre passeggiavo a Matera, ma sarebbe potuto succedere altrove solo che ero lì, un pensiero mi si è formato in testa. Non passerà molto tempo che anche Ieie e la Lolla saranno adolescenti e avranno una vita sociale che si svolgerà prevalentemente senza di me. Come genitore desidererò per loro quello che desideravo anch'io da ragazza, degli amici con cui passare il tempo, perché stare soli può essere triste.
E se questi amici saranno come i giovani che mi capita di incontrare sempre più spesso? Sarei contenta che, pur di non rimanere soli, si accodassero a persone del genere, le approvassero, le imitassero?
Ecco, ho pensato, sarà anche triste, ma piuttosto che questo, preferisco il vecchio detto, meglio soli che male accompagnati. Sì, ho pensato in un moto di assurdo (assurdo?) egoismo, piuttosto che questo, meglio soli.

venerdì 13 ottobre 2017

Ancora tre indagini per il commissario Montalbano-La voce del violino

La voce del violino è il romanzo di Montalbano che finora mi ha fatto ridere di più, con quegli scatti d'ira, quei botta e risposta, quelle esclamazioni alla Montalbano che solo a immaginarle non puoi fare a meno di prorompere in una risata a denti stretti mentre le persone intorno ti guardano come una matta.
La voce del violino si discosta dalle indagini precedenti perché c'è solo un mistero sotto la lente del commissario.
La voce del violino è il romanzo che apporta dei cambiamenti nella vita del Salvo nazionale, come Camilleri spiega nell'introduzione a questa conveniente edizione che raccoglie tre romanzi alla volta e che consiglio a chi, come me, decida di leggere tutta l'epopea del commissario di Vigata. Si tratta del quarto capitolo di Montalbano e Camilleri si era reso conto che, quello che doveva essere un personaggio transitorio, destinato a consumarsi nell'arco di due libri, gli era sfuggito di mano rischiando di diventare seriale. In questi casi il pericolo, spiega l'autore, è di cadere nella ripetitività e per evitarlo apporta un po' di cambiamenti alla vita della sua creatura, introduce nuovi personaggi, scongiura il matrimonio con Livia (piuttosto che farlo sposare lo faccio morire, disse anni fa in un'intervista) e, insomma, gli mette un po' di bastoni tra le ruote.
Come il nuovo questore, bergamasco, che non ha evidentemente in simpatia Montalbano e che, al primo pretesto, gli toglie l'indagine al centro del romanzo: la morte di una bellissima donna, Michela Licalzi, trovata soffocata nella sua casa.
L'assassino si è premunito di cancellare ogni traccia di Dna, arrivando addirittura a portare via i vestiti della donna. Un delitto premeditato, quindi, ma da chi? La vita di Michela, che annota ogni suo spostamento in un'agendina, non ha ombre, al contrario del delitto, che sembra avere dei risvolti passionali sebbene Anna, un'amica della vittima che suscita un certo fascino su Montalbano, la conoscesse così bene da giurare che non avrebbe mai tradito il suo uomo.
Un mistero che cattura e ti trascina fino all'ultima pagina, quando scopri che la verità era sotto gli occhi del lettore perché, come sempre, la realtà è più semplice del previsto.
Un mistero che, stavolta, non lascia questioni in sospeso da riprendere in un libro successivo e che, quindi, avrebbe permesso a Camilleri di mettere la parola fine alle gesta di Montalbano. Ma ormai era troppo tardi, il commissario viveva di vita propria e infatti, con o senza cliffhanger, non si può fare a meno di passare subito a un nuovo Montalbano.

Ancora tre indagini per il commissario Montalbano-La voce del violino, Andrea Camilleri, Sellerio

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giovedì 12 ottobre 2017

Matera

E mentre sei lì, in quella cava che si chiama gravina, in mezzo a cielo e case e stradine che possono sembrare tutte uguali, ma non lo sono, ti sembra di essere in un antico pueblo, in una specie di canyon scolpito o in una scenografia di Hollywood.
Invece sei a Matera, in quel villaggio chiamato Sassi che si apre come uno scenario fantastico sotto al paese "reale".
Il Sasso caveoso come appare da piazza Pascoli

Perché Matera, finché ti aggiri per le sue piazze e per i suoi palazzi, è una cittadina del Sud Italia come tante, forse neanche tanto particolare. Quello che colpisce sono i suoi Sassi, quella manciata di case abbarbicate sulla gravina che, devo dire, ricordavo decadenti (le avevo viste una sola volta nei primi anni Novanta) e che adesso tornano a nuova vita, ristrutturate e trasformate in ristoranti, alberghi e appartamenti.
Quella che negli anni '50 venne definita vergogna nazionale è oggi un posto dove sorgono dimore chic, un cantiere brulicante di progetti anche in vista del 2019, anno in cui Matera sarà capitale europea della cultura.
Così può capitare di soggiornare o di mangiare in locanda a cinque stelle, rustica e raffinata, e fa un  certo effetto pensare che quelle case altro non sono che l'ampliamento di grotte abitate già dal paleolitico, edifici tutt'altro che eleganti, dove si viveva anche in venti persone, assieme al bestiame, con l'acqua piovana raccolta in cisterne collocate sotto al pavimento che riempivano di umidità le già precarie condizioni di vita.
Le grotte abitate già dal Paleolitico. La maggior parte di queste, ampliate, hanno dato origine ai Sassi

Problemi che, all'epoca in cui i Sassi vennero letteralmente sfollati costringendo gli abitanti a traslocare in palazzi moderni e dotati di servizi e acqua corrente (primi anni '50), non riguardavano certo la sola Matera, ma che qui probabilmente avevano raggiunto dimensioni e forme particolarmente drammatiche. Basti pensare a cosa diventava questa valle in caso di pioggia, o al modo in cui si smaltivano i reflui in un posto privo di fognature.
La cattedrale vista dal Sasso caveoso

Per anni i Sassi sono stati il cimitero di Matera, che rinasceva moderna e faceva di quella cava una discarica. Poi negli anni '90 una nuova consapevolezza del suo valore storico ha permesso di recuperarli. Oggi i Sassi sono demanio dello Stato che li dà in concessione ai privati che si impegnino a ristrutturarli e restituirli a nuova vita. Il lavoro non è finito, ma è già a buon punto.
Arrivare a Matera non è facile, mi hanno detto, soprattutto se, come abbiamo fatto noi, non si può raggiungere in auto. La "spesa", però, vale l'impresa. Lo spettacolo è veramente suggestivo, l'effetto è straniante e se si ha la fortuna di ammirarla di sera, con tutte quelle lucine che sbrilluccicano nel buio della gravina, sembrerà di ammirare un presepe en plein air.